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Senza futuro
Negli ultimi anni hanno chiuso i battenti centinaia di negozi. Dopo il covid tutto è precipitato. Da bambino, mia madre mi portava a comprare le scarpe in un negozietto economico di una via secondaria. Era gestito da una donna fiera e restia a fare sconti. Fino alla fine ha resistito nella sua guerra. Fino a qualche anno fa era lì, sola e anziana in quel negozietto dove in vetrina ci stavano pochissime paia di scarpe demodé, presa in giro dagli immigrati. Quando è morta, la saracinesca si è abbassata per sempre.
Tutto muore e il nuovo che avanza è solo una parentesi di sporco e degrado imbandito di buoni propositi. I miei luoghi del cuore sprofondano in un senso di precarietà e abbandono e i fantasmi del passato osservano stupiti di come i vivi non stiano avendo la capacità di reagire al cambiamento: i vivi vivono quasi allo stato brado, senza scopo o direzione.
Entro nella grande chiesa, imponente e vuota, e mi avvolge qualcosa d'impreciso, lo sguardo interrogativo delle statue, tra i banchi un silenzio d'altri tempi, quando tutto era stato creato dagli occhi della mia infanzia. Fuori nella piazza fredda, immigrati senza futuro, come me. Mi fermo a osservarne uno seduto sulla panchina: il suo sguardo è altrove, mezzo nudo coi capelli incollati e raccolti da un codino. Si muove agitato come a cercare di scacciare una vespa immaginaria che gli ronza intorno.
Omelia (2018)
Assorto ascolto
la solita omelia
nella chiesa della sera
Il campanello e l'incenso
rimembranze di un sogno
nel sogno
Errabondo mi consumo
nel silenzio scandito
dal ritmo ossessivo
del borbottar delle porte.